Caso Contrada: la vergogna di una sentenza e di (quasi) tutta la stampa italiana

«Ventitré anni di vita devastati non potrà restituirmeli nessuno», fu il commento di Bruno Contrada all’indomani della sentenza di Strasburgo, che stabilì che la sua condanna per concorso esterno in associazione mafiosa era stata «un colossale abbaglio». «Meno che mai», aggiunse, «i 10 anni che ho dovuto trascorrere in carcere»

di Luciano Garibaldi *

 

Bruno Contrada ha compiuto 86 anni il 2 settembre. Gli ultimi 25 anni li ha trascorsi in una allucinante persecuzione da parte di quello Stato che per tutta la vita aveva servito con coraggio, con onestà, con spirito di sacrificio. Arrestato e condannato per  “concorso esterno in associazione mafiosa” sulla base delle accuse ipocrite e vili dei molti boss mafiosi che durante tutta la sua carriera di poliziotto aveva combattuto e spesso sconfitto, ha dovuto vivere in carcere per ben dieci anni. Arrestato il 24 dicembre 1992 sulla base di una serie di accuse rivoltegli da boss della camorra che per anni aveva braccato, fu condannato in via definitiva nel 2007 a dieci anni di reclusione per “concorso esterno in associazione mafiosa”. I giudici che lo condannarono non vollero capire che certe situazioni raccontate dai boss e messe a verbale erano espedienti escogitati da Contrada per incastrare i capimafia. Malgrado il ragionamento della difesa non facesse una piega, nel 2012 venne respinta la richiesta di revisione del processo per cui il funzionario di polizia dovette scontare fino all’ultimo giorno la vergognosa pena che gli era stata inflitta.

La parola definitiva sulla sua straziante persecuzione fu pronunciata nell’aprile 2015 dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, cui si erano rivolti i legali di Contrada. La Corte stabilì che la sua condanna per concorso esterno in associazione mafiosa era stata «un colossale abbaglio», e condannò lo Stato italiano a versare all’ex numero due del Sisde 10 mila euro per danni morali.

«Ventitré anni di vita devastati non potrà restituirmeli nessuno», fu il commento di Bruno Contrada all’indomani della sentenza di Strasburgo. «Meno che mai», aggiunse, «i 10 anni che ho dovuto trascorrere in carcere». Si era rivolto alla Corte di Strasburgo nel luglio del 2008 affermando che – in base all’articolo 7 della Convenzione europea dei diritti umani, che stabilisce il principio «nulla poena sine lege» – non avrebbe dovuto essere condannato perché «il reato di concorso esterno in associazione di stampo mafioso è il risultato di un’evoluzione della giurisprudenza italiana posteriore all’epoca in cui avrei commesso i fatti per cui sono stato condannato».

I giudici di Strasburgo, a differenza di quanto fatto da quelli italiani, gli diedero ragione, affermando che i tribunali nazionali, nel condannare Contrada, non avevano rispettato i princìpi di «non retroattività e di prevedibilità della legge penale». Nella sentenza i giudici affermarono che «il reato di concorso esterno in associazione mafiosa è stato il risultato di un’evoluzione della giurisprudenza iniziata verso la fine degli anni ’80 e consolidatasi nel 1994 e che quindi la legge non era sufficientemente chiara e prevedibile per Bruno Contrada nel momento in cui avrebbe commesso i fatti contestatigli». Fatti – ripetiamolo – escogitati per incastrare i boss mafiosi e camorristi.

All’indomani della clamorosa sentenza della Corte di Strasburgo, “Repubblica” intervistò Contrada. Ecco alcune delle sue più significative risposte alle domande gli che vennero poste.

«Tutti i miei guai sono iniziati nel 1992, quando ricevetti l’incarico dal direttore del Sisde di riorganizzare il servizio segreto civile per contrastare il pericolo dell’eversione mafiosa. A qualcuno non faceva piacere, nonostante il governo avesse dato indicazioni precise in tal senso».

– Sta dicendo che la sua vicenda giudiziaria nasce da uno scontro fra istituzioni dello Stato? Un’accusa grave.

«Ho 83 anni, continuo ad essere un uomo delle istituzioni, non voglio accusare nessuno per fatti del passato o del presente. Qualcuno, poi, farà i conti con la propria coscienza. Io racconto solo fatti: in quei mesi di indagini con la polizia, non ho mai conosciuto alcun esponente della Dia. I primi li ho visti a casa mia, alla vigilia di Natale del 1992, quando sono venuti ad arrestarmi. E ho scoperto che era stata proprio la Dia a fare le indagini su di me».

– La Direzione investigativa antimafia era stata incaricata dalla procura di Palermo di cercare i riscontri alle pesanti accuse che le arrivavano dai collaboratori di giustizia. Non certo gli ultimi arrivati: Mutolo, Marchese, Mannoia e persino Buscetta. Sulle loro dichiarazioni si fondano le sentenze di condanna.

«Pentiti? Un nugolo di pendagli da forca”.

– Nei tanti processi in cui sono stati chiamati a deporre, non sono stati mai smentiti.

«Io ho indagato su di loro negli anni Settanta e Ottanta. È chiaro che volevano vendicarsi. E gli è stata data la possibilità di farlo».

La persona di Bruno Contrada, e la vicenda di cui fu protagonista e vittima sono tornate d’attualità – come ha scritto Pierluigi Battista sul “Corriere della Sera” del 31 luglio scorso – «dopo che Contrada, malato, 86 anni di cui 10 passati in un carcere in cui non doveva nemmeno entrare, ha subìto l’irruzione in casa delle forze dell’ordine per una vicenda ormai lontana di anni e anni. Alle quattro di notte, come esige la sceneggiatura del terrore messa a punto dagli scherani della polizia segreta al tempo delle purghe staliniane, e oggi replicata in forme farsesche».

«Che bisogno c’era delle quattro di notte per una storia vecchia?», si chiede l’editorialista del “Corriere”. «Nessuno. Solo il bisogno di intimidire un uomo già provato, di mettere sotto torchio la sua famiglia, di dare l’impressione che c’è sempre qualcuno che vuole metterti nel mirino».

Ma continuiamo a leggere Pierluigi Battista, anche per l’importanza che attribuiamo alle sue considerazioni soprattutto rivolte allo scarso rilievo che i mezzi d’informazione hanno dato a questa bruttissima storia:

«Contrada», prosegue Battista, «ha dovuto poi subire un’altra visita in casa, questa volta alle 8 del mattino. La storia non deve finire mai. Sempre in tensione, sempre in allarme. Come se lo Stato sentisse un bisogno vendicativo, la voglia di rivalersi su una sentenza che ha stabilito l’innocenza di Contrada, reduce da anni di carcere senza aver commesso alcun reato. In pochi parlano di questa vicenda che ha preso Contrada come bersaglio. Contrada non gode di buona stampa e i media stanno in maggioranza dalla parte dei suoi persecutori. Pochi si stupiscono di questa sceneggiata delle quattro di notte. Bruno Contrada è solo, come lo era quando stava ingiustamente in prigione. Però, un po’ di vergogna per il trattamento indegno di un Paese civile, non guasterebbe. Ma nessuno si vergognerà. Nessun appello. Nessuna mobilitazione».

Proprio così. All’orizzonte, due soli segnali: il gonfalone del “Corriere della Sera” (su due colonne, a pagina 27)  e la bandierina delle “Memorie di un’epoca” di “Riscossa Cristiana”.

* Luciano Garibaldi: giornalista, scrittore e storico