che fine hanno fatto i nostri contributi ?

a cura di Riccardo Borserini, Consigliere di Giunta UNPI.

Molte  dichiarazioni sull’argomento pensioni vertono sui contributi versati, a  cominciare dalle affermazioni del Ministro responsabile  che si propone, a giorni alterni, di “abolire” le pensioni d’oro oppure di ricalcolare quelle sopra i 4.000 euro mensili con il metodo contributivo o ancora di intervenire sulla parte “ che non risulti coperta da contribuzione”.

Senza la pretesa di addentrarci nei dettagli di un sistema complesso vale la pena di ricordare i punti chiave dei criteri di calcolo per la pensione.

Il sistema retributivo si applicava fino al 31 dicembre del 2011 a chi, alla data del 31 dicembre 1995, avesse maturato almeno 18 anni di contribuzione.

A chi, a quella data, non li avesse maturati , e comunque anche ai primi,  per il periodo successivo al 31 dicembre 2011, si applicava un sistema misto.

A tutti quelli che invece avessero iniziato a lavorare dopo il 31 dicembre 1995 si applica il contributivo.

Ricordo per sommi capi come viene calcolato l’importo dell’assegno mensile :

Con il sistema retributivo l’importo della pensione viene calcolato in base alla media delle retribuzioni degli ultimi 10 anni di lavoro ( 15 per i lavoratori autonomi) : a questa media si applica un coefficiente del 2 per cento per ogni anno di contributi versati, con alcuni limiti e condizioni.

Con il sistema contributivo  l’importo della pensione viene calcolato in base ai contributi effettivamente versati nel corso di una vita lavorativa. La somma dei contributi versati ( montante) viene rivalutata in base a un indice fornito dall’Istat, basato sulle variazioni quinquennali del PIL. Il risultato viene poi moltiplicato per un coefficiente di trasformazione variabile in funzione dell’età del lavoratore al momento dell’andata in pensione.

Quindi non ha nessuna base la pretesa di verificare la copertura contributiva per pensioni maturate prima del 31 dicembre 1995, o anche maturate dopo ma entro il 31 dicembre del 2011,  se il titolare aveva la necessaria anzianità alla data del 31 dicembre 1995. E comunque per tutte le pensioni  c’è una precisa previsione di legge:  è l’INPS stesso che, al momento dell’andata in quiescenza, certifica per ogni pensionato la sussistenza dei requisiti e la correttezza del calcolo.

Questa differenza nelle regole applicabili a situazioni diverse è colpevolmente ignorata da chi, nel Governo, mira solo a far cassa e da chi usa argomenti di comunicazione artefatti per fini di speculazione politica.

Ci sono poi altri temi di comunicazione che vengono usati subdolamente per far credere che il diritto dei pensionati sia comunque limitato all’ammontare dei contributi effettivamente versati: come se l’INPS fosse una banca presso la quale abbiamo acceso un conto corrente, infruttuoso,  a cui abbiamo accesso nei limiti di un saldo attivo.

Non è il caso di perdere troppo tempo a confutare la fallacità di un simile ragiona-mento. Viene però la curiosità di sapere come l’INPS gestisca questi nostri denari.

Anzi, visto che i contributi non vengono capitalizzati, a parte la costituzione in passato di un patrimonio immobiliare di cui stanno svanendo anche le ultime tracce, ma sono utilizzati per le uscite correnti, c’è da chiedersi quale sia il valore attuale dei contributi che abbiamo versato nel corso di una vita di lavoro; e come verrebbero contabilizzati dall’INPS nel deprecabile caso che si voglia procedere con l’ipotesi del ricalcolo.

Per questo compito ci può dare un aiuto il sito del Sole 24 Ore con il link

http://www.infodata.ilsole24ore.com/2016/05/17/calcola-potere-dacquisto-lire-ed-euro-dal-1860-2015/che fornisce uno strumento per convertire i valori da lire ad euro tenendo conto del potere d’acquisto corrispondente. Dato che si dichiara  che per questo calcolo  vengono utilizzati i dati ufficiali dell’ISTAT possiamo ritenere il risultato altamente attendibile se non approssimato per difetto ( e la nostra stessa memoria lo può confermare !) .

Tanto per fare un esempio, il controvalore di 10.000 lire del 1970 sarebbe oggi di 90,68 euro, mentre lo stesso importo in lire del 1980 ne varrebbe oggi 24,40.

Cosa succederebbe nell’ipotesi di un ricalcolo, ipotesi che vogliamo comunque respingere ? Considerando che i contributi sono stati versati , o meglio trattenuti, in forza di legge a fronte  dell’impegno alla corresponsione di una pensione,  e quindi sono stati sottratti alla nostra possibilità di goderne o di investirli,  l’equità così spesso invocata richiederebbe che si tenesse conto della effettiva rivalutazione.

Chi caldeggia il ricalcolo ha chiaro che questo dovrebbe essere  il criterio corretto ?

C’è infine un altro utile esercizio da fare su questa traccia.

Chi fruisce di una pensione calcolata in tutto o in parte con il sistema retributivo viene spesso tacciato di godere di una pensione pari all’ultimo stipendio e, su questa base, viene etichettato come un ricco privilegiato che merita di vedere, finalmente, ridimensionate le sue pretese.

Chi usa questo argomento non solo ignora, volutamente, i reali criteri di calcolo ricordati sopra: ma mette in riferimento una pensiona attuale, denominata in euro, con una base che in gran parte era denominata in lire, ignorando la differenza di potere d’acquisto evidenziata dal convertitore del Sole 24 Ore.

Se ci prendiamo la briga di fare il confronto su questa base, scopriremo che il rapporto reale tra la pensione percepita e il valore degli stipendi presi a riferimento è di gran lunga inferiore non solo al preteso 100% ma anche alle percentuali più basse ufficialmente riconosciute.

In conclusione, una volta di più dobbiamo fare i conti con una diffusa disinforma-zione che i più non sanno o non vogliono assoggettare a una lettura critica ma che alcuni, in posizioni di responsabilità, hanno scientemente utilizzato per i propri fini.