Dai pensionati bancomat lo Stato preleva 70 miliardi di euro l’anno. Tra Irpef, addizionali e rivalutazioni ferme, gli anziani pagano 3 miliardi di tasse in più dei lavoratori. Addio welfare familiare

25.3.2017 – Di Alfredo Arduino / La Verità

Sono una miriade le tasse che gravano sulle pensioni degli italiani. Dall’ Irpef che tutti, loro malgrado, conoscono, a balzelli e trucchetti nascosti tra le pieghe dell’Inps.
Ci sono poi le addizionali regionali e comunali, in pratica tributi di consolazione: Roma ha tagliato i fondi alle amministrazioni locali, ma permette di rifarsi sui cittadini che risiedono nel territorio.
Esattamente come succedeva al tempo dei vassalli, valvassori e valvassini.

Il tartassamento non si ferma qui, ovviamente. Dal 2011 la legge dell’allora ministro montiano, Elsa Fornero, ha sospeso per due anni la rivalutazione in base all’inflazione dei vitalizi superiori a 3 volte il minimo. Oggi, nonostante una sentenza della Corte Costituzionale abbia stabilito che i soldi sono da restituire, lo Stato ha deciso di riconoscere ai pensionati solo una minima parte dell’ importo o nulla.
Un esempio? Hai un assegno da 2.000 euro? Spetterebbe un rimborso di 5.948 euro, ma l’offerta prendere o lasciare è di 437,80. Il 92,63% in meno. Da qui una pioggia di ricorsi.

Infine è stata aumentata la tassazione sia per chi ha deciso d’ investire la propria liquidazione in fondi pensione (dall’ 11% del 2013 al 20%) sia per coloro che hanno preferito lasciare il trattamento di fine rapporto in azienda (dall’11% al 17%). Stangata quindi anche sulla previdenza complementare che servirebbe a integrare quello che lo Stato toglie. E che, per logica, dovrebbe essere sostenuta e non penalizzata. Ma il fisco non conosce ragione o vergogna.
Più tassati di chi lavora. Il dato incredibile è che il popolo dei pensionati versa, tra tasse e blocco della rivalutazione degli assegni, 70 miliardi all’anno nelle casse statali.
Quindi 3 miliardi in più rispetto ai lavoratori dipendenti, che beneficiano però di maggiori detrazioni fiscali e del bonus da 80 euro.
Il risultato di tante vessazioni non può che essere uno: gli oltre 18 milioni di pensionati italiani sono sempre più poveri, nonostante rappresentino un importantissimo ammortizzatore sociale in un periodo di disoccupazione dilagante. Gli ultimi dati Istat parlano di oltre 1 milione di famiglie senza redditi da lavoro. Chi le sorregge? Chi pensa a saldare il conto del dentista dei nipoti? Nonne e nonni con la loro pensione, almeno finché potranno permetterselo.
Già perché, secondo uno studio dello Spi-Cgil, negli ultimi 15 anni (e soprattutto dopo gli interventi del governo Monti) si è registrato un crollo vertiginoso del loro potere d’ acquisto, diminuito del 33% nei confronti dell’ economia reale. Grazie a tutti questi handicap oggi il 44% dei pensionati è stato spinto dentro la soglia di povertà, con un assegno inferiore a 1.000 euro lordi mensili. La verità è che la massa dei pensionati è il bersaglio più facile da spremere.
Inoltre non è una categoria che possa scioperare né è avvezza a sfilare imbrattando banche e incendiando cassonetti, non c’ è neppure un contratto collettivo da trattare e rinnovare. Quindi, nella mente di chi governa oggi come ieri, deve subire tacendo.
Se questa è ingiustizia, pazienza. Ma vediamo come lo Stato perseguita chi ha versato contributi per una vita e avrebbe il diritto di godersi, senza troppi patemi, una serena vecchiaia.

Assalto al portafoglio. Il fisco preleva ogni anno quasi 70 miliardi dagli assegni Inps. Nello specifico per il 2016: il totale Irpef sulle pensioni è stato di circa 50 miliardi, a ciò si aggiungano altri 10 miliardi di addizionali regionali e comunali per una somma (Irpef + addizionali) di 60 miliardi. Che sono le trattenute a carico dei pensionati.
A queste vanno annessi ancora 10 miliardi delle pensioni superiori a tre volte il minimo (quelle sui 1.500 euro) per l’ effetto «trascinamento» del blocco della rivalutazione 2012-2013, su cui torniamo in seguito. Da rimarcare che la maggior parte dell’ Irpef grava sul 30% dei più «ricchi» e soprattutto su quei 770.000 che hanno assegni superiori a 3.000 euro lordi.
Qualche esempio: un anziano tra i 65 e i 75 anni, senza familiari a carico, che vive a Roma, con un reddito di 20.000 euro annui, viene colpito da un’ aliquota media del 20,5%. Se abitasse in Spagna avrebbe pagato il 19, nel Regno Unito l’8,7, in Olanda l’ 8,4, in Germania l’ 8,3. Fino ad arrivare al 7,3 per cento della Francia.
E in Ungheria, Slovacchia, Bulgaria e Lituania le pensioni sono addirittura esentasse.
Unica al nostro livello è la Danimarca, che però offre servizi sociali non paragonabili.
Da noi oltre i 28.000 euro si sale al 38% di aliquota, sopra i 55.000 al 41% e con un assegno annuo superiore a 75.000 al 43%.
Inoltre anche sulla no tax area (ovvero il limite entro cui non si versano tributi) c’ è da eccepire: a Parigi, Berlino, Londra e Madrid sono dispensati coloro che ricevono meno di 9.000 euro, in Italia il tetto è invece fermo a 8.000.

Gabella ai sindacati. Non si tratta di una gran cifra se presa per singolo, però dà l’idea della mancata trasparenza. Sui vitalizi pesa una tassa nascosta che pochi conoscono, ma quasi tutti versano: circa 15 milioni di anziani. Per andare in pensione, il Caf o patronato che cura la pratica fa compilare il modulo di delega che comporta un prelievo di circa 50 euro l’anno per ogni assistito. Se non revocato, dura tutta la vita.
Questi soldi finiscono nelle casse dell’Inps (parliamo di 270 milioni all’ anno) che poi li gira ai sindacati, in pratica funge da esattore. Non si può neppure dire che l’Istituto faccia un affare, per gestire l’operazione offre ai sindacati tariffe stracciate: 0,03 centesimi di euro per ogni delega presentata con la richiesta di pensione e 0,02 centesimi per ogni rinnovo.
Per evitare l’addebito bisogna inviare una richiesta di revoca all’ Inps per raccomandata allegando copia della carta d’identità. Comunque sia il blocco non scatta immediatamente: l’Istituto di previdenza si prende alcuni mesi prima di sospendere il prelievo sul cedolino.

Diritti da reclamare. Sono circa 6 milioni gli anziani che non sanno di avere diritto a una pensione più ricca.
Stiamo parlando dei «diritti inespressi». Nel senso che per ottenerli vanno espressamente rivendicati. Se il pensionato non li reclama, l’Inps trattiene in cassa la cifra dovuta. Si tratta di somme e prestazioni che sono concesse soltanto a seguito di domanda: integrazione al minimo pensionistico, maggiorazioni sociali, importi aggiuntivi, quattordicesima mensilità che non sempre viene corrisposta, prestazioni a favore degli invalidi civili, assegno al nucleo familiare.
I potenziali beneficiari dei «diritti inespressi» sono coloro che percepiscono un vitalizio sotto i 750 euro lordi, quindi un pensionato su tre.
Sono già 22.000 gli anziani che sono riusciti a ottenere un aumento dell’assegno e gli arretrati degli ultimi 5 anni, più indietro nel tempo non si può andare. Dopo il controllo del cedolino con un professionista, bisogna scaricare il modulo di richiesta dal sito www.inps.it nella sezione «Cedolino pensione e servizi collegati». Quindi spedire una raccomandata con ricevuta di ritorno all’ Istituto di previdenza che, in caso di diritto, provvederà all’ integrazione e a pagare il pregresso nel giro di 4 mesi.

Urge perequazione. La notizia è di questi giorni: l’inflazione rialza la cresta.
Tanto che in alcune città, come Milano e Bolzano, il costo della vita è aumentato di oltre il 2 per cento e a farne le spese sono soprattutto i pensionati.
Categoria che, in questi anni, non ha goduto di perequazione (il meccanismo di adeguamento della pensione ai costi) a causa della deflazione e delle normative introdotte dai vari governi, in particolare della famigerata legge Fornero. La Consulta ha dichiarato incostituzionale il blocco biennale previsto dalla Fornero sui trattamenti superiori a 3 volte il minimo, che è fissato a 501,89 euro al mese.
Il governo allora guidato da Renzi, costretto dalla sentenza a intervenire, ha quindi garantito una rivalutazione parziale (molto parziale) e retroattiva solo degli assegni ricompresi tra 3 e 6 volte il minimo, lasciando confermato il blocco di quelli superiori.
Ma anche per chi rientra tra coloro da risarcire, i rimborsi, come abbiamo accennato, sono ridicoli rispetto al dovuto: per chi prende di vitalizio 1.450 euro al mese, lo Stato ne offre 645 a fronte dei 3.870 spettanti. Se si sale ancora peggio: con una pensione da 2.850 euro ne spetterebbero come risarcimento 8.647, ma la proposta è di 111. Per vitalizi superiori non esiste alcuna compensazione per recuperare l’inflazione. Lo Stato ha risparmiato dalla mancata riqualificazione delle pensioni 10 miliardi solo nell’ultimo anno.
Infatti la magistratura è sommersa da una valanga di ricorsi dei pensionati. Da tenere presente che, per presentare domanda, il termine per la prescrizione è di 5 anni, per cui la causa va avviata entro il 2017. Adesso che l’inflazione ricomincia a correre è indispensabile recuperare il sistema corretto per allineare le pensioni al costo della vita.

In fuga dall’erario. Non sorprende quindi che, dal 2010 al 2014, il numero di anziani che ha scelto la fuga in nazioni con condizioni fiscali migliori sia più che raddoppiato, passando da 2.553 ai 5.345. Ogni anno esce dalla Penisola circa 1 miliardo di euro sotto forma di assegni e trattamenti assistenziali. Le regole stabilite dal fisco per i residenti all’estero prevedono che i redditi da pensione siano tassati in Italia, tranne che nei paesi dove stati stipulati accordi contro la doppia imposizione. Proprio questi sono le mete dell’ emigrazione. In totale sono espatriati, nel periodo di tempo considerato, 16.420 pensionati, 5.345 nel solo 2014. Se si risale indietro al 2003, il numero arriva a 36.000. E mancano ancora i dati relativi al 2015 e 2016.
L’ emorragia di anziani è connessa alle imposte troppo esose, infatti i vitalizi italiani sarebbero tutt’altro che miseri. Il tasso di sostituzione, cioè il rapporto tra la prima pensione e l’ ultima retribuzione, non è basso.
Per chi comincia a lavorare a 25 anni, rimane in attività per 40 e ha un reddito allineato alla media, in Italia la pensione corrisponde all’80% dell’ ultima busta paga. In Germania, questo tasso si ferma sotto il 60. Conclusione: le nostre pensioni sono le più tassate, ma non le più povere.
Se siamo poveri dobbiamo ringraziare il fisco.