Di pensioni troppi ne (stra)parlano a sproposito e in malafede

Giuseppe (Pino) Nicotri giornalista e consigliere UNPIT

Nella politica, e nel giornalismo che le fa da specchio fedele anziché da controllore critico, da qualche anno è di moda parlare di pensioni. Soprattutto per attaccare pesantemente le pensioni non da assistenzialismo e da qualche tempo anche i pensionati che per difenderle sono costretti a prendere la residenza in Paesi dalle tasse meno punitive. Purtroppo (anche) in questo campo l’ignoranza regna sovrana. A partire dalla mania di affermare che le pensioni si mangiano addirittura il 17% del PIL, quando invece quelle originate da contributi versati quando si era ancora al lavoro ammontano al 10%. Il restante 7% è costituito da pensioni erogate come assistenzialismo, che non provengono cioè da contributi previdenziali versati nel corso della vita lavorativa, bensì dalle tasse pagate dagli italiani, compresi i pensionati del citato 10%.

Prima di dire e scrivere corbellerie e cose gravemente inesatte e accusatorie in fatto di pensioni e pensionati sarebbe il caso di informarsi.

1) – Nessuno mai dice o scrive che in Italia vige l’aberrazione di tassare i guadagni da investimenti delle singole Casse ed Istituti previdenziali privatizzati alla stessa stregua delle speculazioni di Borsa! Vale a dire, con una tosatura punitiva, decisamente fuori luogo.

2) – A chi la pensione se l’è guadagnata versando decenni di più o meno ricchi contributi previdenziali NON vengono regalati dei soldi, ma vengono RESTITUITI in rate mensili quelli che sono stati man mano versati nel corso della vita lavorativa. Soldi che lo Stato, enti e istituti previdenziali hanno ricevuto per farli fruttare con investimenti di vario tipo. Se NON hanno saputo farli fruttare la responsabilità NON è dei pensionati, ma loro. E se gli addetti non hanno saputo fare investimenti opportuni, che si dimettano. Gli incapaci vengano allontanati. Uno Stato che non paga i debiti ai suoi cittadini o che comunque non onora i patti firmati con loro è uno Stato cialtrone, indegno non solo della Comunità Europea. Una banca o una finanziaria che non pagasse ai propri correntisti e investitori gli interessi che ha sottoscritto e garantito finirebbe sotto processo. Invece nel nostro caso si vogliono mettere sotto processo non già la banca o la finanziaria, cioè lo Stato, che non rispettano i patti contratti, bensì i correntisti e gli investitori, cioè i pensionati.

3) – Per pagare le nostre pensioni devono lavorare i giovani? Bene! A parte il fatto che si tratta in buona parte di una balla, anche se fosse vero i famosi giovani non farebbero altro che fare quello che prima di loro hanno fatto i pensionati attuali quando erano loro ancora al lavoro. Chi lavora oggi pedala per i pensionati esattamente come gli attuali pensionati hanno pedalato quando nel mondo del lavoro c’erano loro. Dov’è lo scandalo? Dov’è lo scandalo per il quale molti si stracciano le vesti al fine di poter stracciare le pensioni altrui? Forse che le future pensioni di chi è oggi giovane non si avvarranno anch’esse, come quelle attuali e quelle precedenti, del pedalare dei giovani futuri o delle tasse pagate comunque dagli altri? Francamente, c’è da chiedersi su che pianeta vive chi oggi (stra)parla di ingiustizie e nequizie varie dei pensionati attuali contro chi dalla pensione è ancora lontano perché ha la fortuna di essere giovane.

4) – Se fossero onesti e capaci, anziché essere quello che sono, i politici che come iene si aggirano sempre più vicini alle pensioni altrui, e i supponenti alla Tito Boeri e Giorgio Ruffolo, alla irrealistica richiesta del ricalcolo o comunque di un taglio alle pensioni in essere potrebbero e dovrebbero affiancare la richiesta di una compensazione in titoli di Stato o qualcosa di simile: al posto del taglio del 30% della differenza tra calcolo retributivo e contributivo della pensione di cui in troppi straparlano, che vengano erogati titoli pagabili in futuro se non a noi e alle nostre vedove almeno ai nostri figli e nipoti. Fermo restando che tagliare quel 30% comporterebbe non pochi mutui per acquisto casa non più pagabili, con annessi sequestri di appartamenti e tragedie conseguenti, debiti vari non più onorabili, cure mediche, interventi chirurgici e convalescenze non più possibili, studi universitari non più accessibili per figli e nipoti. Nel complesso, un danno sociale enorme. Oltre al danno terribile e incalcolabile della frattura che si verrebbe a creare nella credibilità dello Stato e nella fiducia verso le istituzioni da parte di una bella fetta dei suoi cittadini, con legittimo sospetto da parte di tutti gli altri italiani.

Bene. Vediamo ora come stanno le cose negli altri Stati. SENZA MAI DIMENTICARE CHE AL PRELIEVO FISCALE ALLA FONTE VANNO SOMMATI GLI ALTRI PRELIEVI FISCALI QUANDO LA PENSIONE LA SI SPENDE PER VIVERE, PRELIEVI CHE VANNO DALL’IVA AI PEDAGGI VARI E ALLE TASSE CHE COMPONGONO IL PREZZO IN ITALIA GONFIATO PIÙ CHE ALTROVE DI CARBURANTI, TABACCHI, ALCOLICI, ECC. In totale, come è noto, su 12 stipendi annuali di un italiano se ne vanno in media in tasse quasi 6: per l’esattezza lavoriamo in media 170 giorni a testa per lo Stato e solo i restanti 195 per noi.

5) – Il BelPaese è al quinto posto in Europa per pressione fiscale. Su un assegno da 1.500 euro si pagano 600 euro di tasse, quando in Germania se ne pagano solo 60, cioè un decimo che da noi! In Francia, Germania, Inghilterra e Spagna sono esentati dalle tasse tutti gli assegni pensionistici inferiori ai 9.000 euro l’anno, mentre in Italia il tetto è fissato a 7.750.

Però detta così non spiega bene tutto, perché la differenza con l’Italia sembra poca, invece è enorme. Prendiamo come campione l’Inghilterra (per la quale ricordo un’esenzione di 10 mila sterline): lì, l’esenzione è effettiva. Vale a dire: chi guadagna 30 mila sterline paga le tasse su 20 mila sterline, perché viene concessa un’esenzione di 10 mila sterline. In termini più terra terra: alla cifra mensile sulla quale calcolare le tesse vengono sottratte 10 mila sterline. In Italia invece l’esenzione è una presa in giro. La riduzione reale, vale a dire le detrazione d’imposta, è infatti ottenuta mediante formule stravaganti che la modulano in funzione del reddito. Facciamo un esempio:

– lordo annuo € 37.750;
– irpef calcolata con esenzione “reale” (cioè su € 30.000): € 6.960
– irpef calcolata con esenzione “all’italiana”: € 9.281
A 55.000 euro l’esenzione diventa zero: paghi tutto, fino all’ultimo centesimo! E per quanto riguarda i 7.750 euro, se non hai compiuto i 75 anni si riducono a 7.500.

6) – Il numero dei pensionati che hanno dovuto scegliere la residenza all’estero (standoci cioè almeno 6 mesi e un giorno l’anno, anche se non consecutivi) è passato dai 2.553 del 2010 ai 5.345 nel 2014. Ciò significa che nel giro di quattro anni sono raddoppiati. Sono emigrati per sfuggire alla nostra no tax area troppo ristretta e da un forte livello di evasione fiscale, sono emigrati per sottrarsi cumulo di balzelli regionali e comunali, tutte specialità italiane che determinano l’alta tassazione delle pensioni nel nostro Paese.

7) – Nella classifica stilata dalla Comunità Europea due anni fa dei “sistemi più favorevoli in termini di benefici fiscali per i pensionati rispetto ai salariati”, l’Italia figura e al quintultimo posto. Insomma, siamo quinti nell’Unione per pressione fiscale su quanti hanno lasciato il lavoro e quintultimi in fatto di benefici fiscali per le pensioni rispetto le paghe di chi è ancora al lavoro. Altro che le chiacchiere dei vari Boeri, Ruffolo e untori alla Francesco Giordano, sul quale prima o poi si dovrà fare a parte il discorso che merita.

8) – Dicevamo che una pensione da 1.500 euro in Italia paga 600 euro di tasse e in Germania invece solo 60. Sono dati forniti nel 2013 dal FERPA, il sindacato europeo dei pensionati, il quale ha dimostrato che il pensionato italiano paga il 30% in più di quelli degli altri Paesi d’Europa. Ma uno studio sempre del 2013 della nostra Confesercenti ha dimostrato che un pensionato tra i 65 e i 75 anni, senza familiari a carico, che vive a Roma – pagando quindi le relative tasse addizionali comunali e regionali – con un reddito di circa 20mila euro annui, paga in tributi il 20,73%, mentre invece se vivesse in Spagna pagherebbe meno della metà, esattamente il 9,5%, nel Regno Unito il 7,2%, in Francia il 5,2%, fino ad arrivare allo 0,2% della Germania. Fino ad arrivare cioè a DIECI VOLTE IN MENO CHE IN ITALIA! Senza contare che in quattro Paesi – Ungheria, Slovacchia, Bulgaria e Lituania – le pensioni sono addirittura esenti da tasse.

9) – Vediamo ora le differenze nel calcolo delle pensioni tra i diversi Paesi. In Italia vige il sistema contributivo, basato su quanto ha versato in contributi il lavoratore nella sua intera vita lavorativa. Francia e Spagna hanno invece mantenuto il retributivo, con la pensione rapportata alle retribuzioni percepite durante gli anni di lavoro. In Germania si usa un sistema misto, detto a punti, più vicino al contributivo che al retributivo. In Inghilterra vige un meccanismo di ripartizione tendenzialmente omogeneo per tutti, ma quasi la metà dei lavoratori ha un fondo pensione privato.

10) In Italia le tasse sulle pensioni sono alte perché è particolarmente elevata la pressione fiscale. E la pressione fiscale è particolarmente elevata perché lo è anche l’evasione fiscale, decisamente superiore alla media europea. Se le tasse le pagassimo tutti, le pagheremmo tutti un po’ meno. Elementare, Watson!

11) – Un’altra peculiarità tutta italiana sono le varie addizionali regionali e comunali, che appesantiscono il prelievo fiscale sulle pensioni. In Europa c’è un unico sistema di tassazione, in Italia invece, come abbiamo accennato al punto 8 per il pensionato che vive a Roma, si pagano le tasse al governo nazionale, a quello regionale e a quello comunale.

12) – Per concludere, visto che è di moda parlare anche di “prelievo temporaneo di solidarietà”, in realtà un’altra tassa, e applicarlo nonostante sia incostituzionale e quindi illegale, è bene ricordare quanti “prelievi di solidarietà” sono diventati permanenti e compongono ancora oggi il prezzo della benzina al litro:

0,000981 euro: finanziamento della guerra d’Etiopia del 1935-1936;
0,00723 euro: finanziamento della crisi di Suez del 1956;
0,00516 euro: ricostruzione post disastro del Vajont del 1963;
0,00516 euro: ricostruzione post alluvione di Firenze del 1966;
0,00516 euro: ricostruzione post terremoto del Belice del 1968;
0,0511 euro: ricostruzione post terremoto del Friuli del 1976;
0,0387 euro: ricostruzione post terremoto dell’Irpinia del 1980;
0,106 euro: finanziamento della guerra del Libano del 1983;
0,0114 euro: finanziamento della missione in Bosnia del 1996;
0,02 euro: rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004;
0,005 euro: acquisto di autobus ecologici nel 2005;
0,0051 euro: terremoto dell’Aquila del 2009;
da 0,0071 a 0,0055 euro: finanziamento alla cultura (ma molti parlarono di “cinema di quarta categoria…”) nel 2011;
0,04 euro: arrivo di immigrati dopo la crisi libica del 2011;
0,0089 euro: alluvione in Liguria e Toscana nel novembre 2011;
0,082 euro (0,113 sul diesel): decreto “Salva Italia” nel dicembre 2011;
0,02 euro: terremoti dell’Emilia del 2012.

Ma sulla quantità e varietà di tasse esistenti nel BelPaese sarà il caso di fare un discorso a parte.