Fino a quando i dirigenti d’azienda ex-INPDAI dovranno pagare?

Fino a quando i dirigenti di industria ex-INPDAI dovranno pagare ?

di Guglielmo Gandino

 

L’INPDAI, ovvero l’Istituto Nazionale di Previdenza per i Dirigenti di Aziende Industriali,

nacque nel 1929 con il compito di gestire, con autonome forme previdenziali, i trattamenti pensionistici dei dirigenti industriali.

Il 1° gennaio 2003 fu soppresso e venne di conseguenza assorbito nell’INPS (Fondo Lavoratori Dipendenti) con tutte le sue strutture e funzioni, con evidenza contabile separata.

Il disavanzo economico nel 2002 (ultimo anno di gestione autonoma) ammontò a circa 600 milioni di euro. INPS afferma che da allora la gestione ha evidenziato risultati economici sempre negativi, negli ultimi anni dell’ordine di 3-4 miliardi di euro l’anno. Fino al 2002 i contributi previdenziali (dal 1997 con l’aliquota 32,70% uniformata a quella dell’INPS) erano calcolati sul massimale contributivo annuo, che variava ogni biennio/triennio e che per l’anno 2002 era stato fissato in 143.105,99 euro. Oltre questo limite la retribuzione del dirigente non era soggetta a ritenute previdenziali. Quindi chi percepiva retribuzioni elevate pagava i contributi soltanto su una parte della sua retribuzione. La pensione naturalmente veniva poi calcolata non sull’intera retribuzione ma soltanto sul massimale pensionabile.

A partire dal 1° gennaio 2003, con l’ingresso in INPS, la retribuzione imponibile dei dirigenti ex-INPDAI coincise con la loro intera retribuzione. Il massimale tuttavia continuò ad applicarsi nel calcolo della retribuzione media, con riferimento alle anzianità contributive precedenti il 2003.

Secondo quanto dichiarato dall’INPS a fine 2014, a fronte di circa 30.000 iscritti, le pensioni ex-INPDAI erano 126.580. C’è però da tenere presente che dal 2003 la gestione ex-INPDAI non può più beneficiare di nuove iscrizioni. A quella stessa data l’importo medio annuo lordo delle pensioni ex-INPDAI erogate ammontava a 50.206 euro.

Sempre secondo l’INPS le pensioni di vecchiaia e di anzianità ex-INPDAI erogate nel 2015, se ricalcolate con il metodo contributivo, per l’88% avrebbero subito una riduzione media di poco superiore al 20%, e solo una pensione su cinque avrebbe subito una riduzione superiore al 40%. Naturalmente le pensioni più penalizzate sarebbero state quelle dei dirigenti andati in quiescenza prima dei 60 anni di età.

A questo proposito va fatto osservare che:

– Per ammissione stessa dell’INPS, durante un’audizione alla Commissione Lavoro della Camera nel 2016, il ricalcolo contributivo è tecnicamente impossibile per mancanza di dati affidabili per ciascun percettore;

– Si presume che i calcoli teorici INPS si basino su grandi medie, visto che il sistema dal dopo-guerra in poi era strutturato per registrare le retribuzioni lorde settimanali/mensili e non i contributi effettivamente versati dai dirigenti e dalle aziende;

–  Non è dato sapere quale sia il metodo utilizzato da INPS nelle simulazioni per rivalutare nel tempo il montante contributivo: hanno utilizzato il tasso di inflazione? Oppure il tasso ufficiale di sconto della Banca d’Italia? L’unica cosa certa è che dal 1° gennaio 1996 si usa il tasso annuo di capitalizzazione risultante dalla variazione media quinquennale del PIL.

Siccome i dati dei contributi sono indicativi e a seconda del sistema di rivalutazione utilizzato il ricalcolo può variare anche di molto, è veramente arduo da parte dell’INPS affermare che lo squilibrio medio fra pensioni ex-INPDAI liquidate con il sistema retributivo e pensioni ricalcolate con il sistema contributivo si colloca al 23,40%.

Va peraltro fatto osservare che il tasso di sostituzione, cioè il rapporto fra l’importo annuo della pensione e l’importo annuo dell’ultima retribuzione, intendendosi nel caso dei dirigenti non l’ultima retribuzione effettiva bensì l’ultimo massimale pensionabile, si situa mediamente al 60%, ben lungi quindi dall’80% erroneamente sbandierato dall’INPS in “Porte Aperte: “L’INPDAI garantiva prestazioni pari all’80% della retribuzione con 30 anni di contributi, anziché 40 anni come per gli altri lavoratori dipendenti”.

 

Ma andiamo oltre. Negli ultimi 15-20 anni tutte le pensioni – in particolare quelle medio-alte – hanno subito pesanti decurtazioni:

  • Nell’anno 1998 la rivalutazione delle pensioni superiori a 5 volte il minimo (circa 2.250 euro lordi mensili) è stata congelata (Legge n. 449/1997);
  • Nell’anno 2008 la rivalutazione delle pensioni oltre a 8 volte il minimo (circa 4.000 euro lordi mensili) è stata congelata (Legge n. 247/2007);
  • Negli anni 2012-2013 la rivalutazione delle pensioni superiori a 1.500 euro lordi mensili è stata pesantemente decurtata, mentre per quelle superiori a 3.000 euro lordi mensili è stata interamente congelata e mai recuperata (D.L. n. 201/2011 e D.L. n. 65/2015);
  • Nei cinque anni dal 2014 al 2018 la rivalutazione delle pensioni superiori a 3.000 euro lordi mensili è stata di fatto dimezzata, essendo calcolata al 45% del tasso reale di inflazione (Leggi n. 147/2013 e n. 208/2015);
  • A ciò si aggiunga che negli ultimi tre lustri le addizionali comunali e regionali in quasi tutta Italia si sono mediamente triplicate.

Eppure la sentenza della Consulta n. 316/2010 già precisava: “La sospensione a tempo indeterminato del meccanismo perequativo ovvero la frequente reiterazione di misure intese a paralizzarlo, esporrebbero il sistema ad evidenti tensioni con gli invalicabili principi di ragionevolezza e di proporzionalità perché le pensioni, sia pure di maggiore consistenza, potrebbero non essere sufficientemente difese in relazione ai mutamenti del potere di acquisto della moneta”.

Inoltre la Legge n. 214/2011 ha istituito –  a decorrere dal 1° gennaio 2012 fino al 31 dicembre 2017 – un Contributo di Solidarietà riservato agli attivi e ai pensionati dei fondi speciali come gli ex-INPDAI, contributo che va dallo 0,30% all’1%, a seconda del periodo di iscrizione antecedente alla data del 31/12/1995.

Infine, per coloro che percepiscono pensioni oltre 91.000 euro lorde annue, la Legge n.147/2013 ha previsto, nel periodo dal 1° gennaio 2014 fino al 31 dicembre 2016, un altro Contributo di Solidarietà tra 6% e 18% (per fasce di importo), sugli importi dei trattamenti pensionistici superiori a quattordici volte il trattamento minimo Inps, che corrisponde a circa 7.000 euro lordi mensili.

Il risultato di questo vezzo perverso, teso a considerare le pensioni in pagamento alla stregua di un bancomat da cui si può prelevare con assoluta libertà, ha fatto sì che le pensioni – soprattutto quelle medio-alte che però d’oro non sono essendo basate su ingenti esborsi contributivi – abbiano perso negli ultimi 20 anni mediamente il 25% del loro potere d’acquisto. E questa perdita, si badi bene, per l’effetto di trascinamento ce la ritroveremo durante tutta la durata residua della pensione, incluso il periodo di reversibilità.

Quindi non è il caso che la presidenza INPS perda ulteriore tempo a dimostrare che lo “squilibrio” fra pensioni retributive e contributive ex-INPDAI si situa mediamente al 23,40%. Se è vero, come è vero e dimostrabile, che le nostre pensioni sono state già falcidiate mediamente del 25%, ciò significa che abbiamo già ampiamente dato, e che quindi d’ora in poi sarebbe preciso dovere di uno Stato serio almeno mantenere il potere d’acquisto nel tempo di quello che ci è rimasto.

Teoricamente c’è l’impegno del Governo, a far data dal 1° gennaio 2019, di calcolare la rivalutazione delle pensioni sulla base della legge n. 388/2000 in vigore fino al 2011, che prevede la rivalutazione per scaglioni: al 100% del tasso d’inflazione fino a 1.500 euro lordi mensili, al 90% da 1.500 a 2.500 euro, al 75% oltre 2.500 euro. C’è però da considerare che presumibilmente ad inizio 2018 ci saranno le elezioni politiche, e quindi la politica previdenziale molto dipenderà dalla maggioranza che andrà al governo. Per quanto riguarda invece l’eventuale ricostituzione della pensione lorda base per il recupero (parziale o totale) della quota congelata dal blocco degli anni 2012-13 occorrerà attendere un’ulteriore pronuncia della Consulta entro quest’anno.

Siccome alla vessazione non c’è mai fine, i pensionati con assegni medio-alti come i dirigenti d’azienda subiscono pure un trattamento fiscale assolutamente iniquo, non perché lo dico io ma perché lo dice l’Europa, che tanto sovente viene portata ad esempio a torto o ragione.

Prendiamo il caso di un pensionato italiano ex-INPDAI con una pensione lorda annua di 55.000 euro e mettiamolo a confronto con un pensionato francese o tedesco con lo stesso reddito. Ipotizziamo in questo caso una famiglia mono-reddito. Bene, il pensionato francese si porterà a casa un mensile netto di 3.890 euro per 13 mensilità, con un carico fiscale quindi dell’8%. Il pensionato tedesco avrà un netto mensile di 3.750 euro, con un carico fiscale dell’11,40%. Il povero pensionato italiano, che dai partiti populisti del suo Paese è considerato “ricco”, beneficerà invece di un netto mensile di 2.830 euro, in quanto il suo carico fiscale in Italia è ben del 33%. Quali sono le ragioni di questa enorme differenza?  In primo luogo il cosiddetto “quoziente famigliare”, per cui in Francia e in Germania il reddito lordo di 55.000 euro è suddiviso fra i componenti della famiglia (in questo caso marito e moglie), e poi ai loro redditi considerati separatamente vengono applicate prima le quote esenti che abbattono l’imponibile tassabile quindi le aliquote progressive per scaglione che, avendo splittato il reddito, risultano percentualmente molto più basse.

Dulcis in fundo, il pensionato medio ex-INPDAI, considerato dai più un “pensionato d’oro” da mungere, non soltanto ha perso da inizio secolo il 25% del suo potere d’acquisto, non soltanto continua a subire tagli ingiustificati dei tassi di rivalutazione della sua pensione, non soltanto paga imposte sul reddito triple rispetto ai suoi colleghi francesi e tedeschi ma – essendo considerato “ricco” – non gode neppure, pur essendo anziano, talvolta molto anziano, di nessun tipo di agevolazione o di esenzione in quanto qualsiasi tributo, dai ticket sanitari alle addizionali fino ai parcheggi residenziali, sono calcolati in maniera progressiva in funzione del reddito dichiarato.

Io non ho nulla contro i lavoratori autonomi ma quando leggo che il 94% del gettito Irpef è costituito da lavoratori dipendenti e pensionati con prelievo alla fonte, mi viene da riflettere. E così ad esempio penso che su 7,5 milioni di lavoratori autonomi soltanto uno terzo di loro paga imposte. E rifletto pure sul fatto che molti artigiani (pensate agli elettricisti, agli idraulici, ai falegnami, ai muratori, ai decoratori!) che con la scusa di non far pagare l’IVA ai loro clienti (bontà loro!) non emettono fattura, e alla fine della loro vita professionale avranno risparmiato molti soldi avendo versato poche imposte e pochi contributi previdenziali, e in più avranno diritto all’integrazione al minimo della pensione, e sicuramente avranno molte più agevolazioni o esenzioni del pensionato ex-INPDAI. D’altra parte, quando leggo che in Italia su 16,2 milioni di pensionati ben 8,3 milioni sono totalmente o parzialmente assistiti, vuol dire che nel nostro sistema qualcosa non funziona, e cioè non funzionano i controlli, e così l’evasione fiscale e contributiva e l’abusivismo pensionistico la fanno da padroni.

La Corte dei Conti ha dichiarato che il Tax Gap in Italia è valutato almeno al 7% del PIL, il che significa circa 115 miliardi all’anno di imposte evase. A questa evasione corrisponde un imponibile all’incirca di 300 miliardi. Ciò vuol dire che, se il sommerso emergesse, il nostro PIL salirebbe a circa 2.000 miliardi e il famigerato rapporto debito pubblico/PIL scenderebbe dal 132% a circa il 112%, con buona pace del FMI, dell’OCSE e della UE.

Se poi a ciò si aggiunge il costo della corruzione in Italia, che si valuta abbia superato i 60 miliardi di euro, e la congenita incapacità di chi ci governa di attuare serie economie, non sulle pensioni ma con l’abolizione di costosi enti inutili e con lo sfoltimento di molte spese improduttive dello Stato, si capisce che chi predica di risparmiare sulle pensioni o è stupido o è intellettualmente disonesto.

Noi pensionati ex-dirigenti saremo pure improduttivi perché magari a 70 e più anni ci permettiamo di non svolgere più un’attività, ma avendo gestito aziende e processi produttivi, siamo ancora in grado di distinguere una gestione aziendale oculata dalla “mala gestio”. Ebbene l’Azienda Stato Italia è gestita in maniera pessima. C’è troppa influenza negativa delle lobby politiche, si è troppo lenti nell’assumere decisioni strategiche, si pensa troppo ad aumentare le tasse a chi già paga anziché a colpire evasori e falsi nullatenenti, e soprattutto si prendono le decisioni sempre tenendo presente la ricaduta a livello elettorale.

Quindi è immensamente più facile vessare i pensionati da 2.000 euro lordi mensili in su, che sono numericamente non più di 3,5 milioni, che non colpire la massa dei “furbi” che purtroppo ha capito che, se non sei noto al fisco, in Italia  – con l’aria che tira – la fai franca tutta la vita! E poi per quale motivo tanti giovani e meno giovani dovrebbero impegnarsi a trovare un’occupazione a 6-700 euro al mese in un Call Center, se certi partiti politici vanno chiedendo voti con la promessa di erogare a chi non lavora un reddito di 800-1.000 euro al mese? Tanto ci sono quei fessi dei pensionati che, oltre a mantenere in tanti casi figli e nipoti fungendo anche da “ammortizzatori sociali”, magari saranno chiamati a contribuire ancora una volta per finanziare misure che creeranno soltanto fannulloni e parassiti.

Altroché improduttivi. Se dessero a molti ex-dirigenti la possibilità di ristrutturare la finanza e la spesa pubblica, anche senza emolumento, le cose andrebbero sicuramente meglio! Certo molti politici trombati perderebbero le loro prebende in consigli di amministrazione di enti del tutto inutili, molti amministratori incapaci di società partecipate sarebbero licenziati su due piedi, molti falsi invalidi o falsi nullatenenti capirebbero cosa significa rubare alla comunità dei cittadini che lavorano e pagano le tasse, molti ricchi collusi con la politica che esportano i capitali nei paradisi fiscali e poi li riportano a casa pagando un decimo di ciò che avrebbero dovuto pagare capirebbero il piacere di marcire nelle patrie galere. Ma almeno ci sarebbe più equità sociale, non a parole ma nei fatti. Invece di questo passo si va dritti alla sfacelo, in uno Stato dove non c’è più la certezza del diritto, dove gli onesti sono giornalmente vessati da una stupida e inefficace burocrazia, e dove i giovani imparano purtroppo dai grandi che infrangere le “regole” e calpestare i “valori” alla lunga paga, e questo è il male peggiore in assoluto!