quel pasticciaccio brutto delle pensioni “d’oro”

di Riccardo Borserini Consigliere di Giunta UNPIT

Il “Governo del cambiamento” ha aspettato Agosto per lanciare l’attacco definitivo, almeno nelle intenzioni, contro le cosiddette pensioni d’oro, dimostrando in questo modo una assoluta continuità con le peggiori abitudini dei Governi passati.
Questa intenzione si è concretizzata in un progetto di legge, D’Uva -Molinari, pre-sentato alla Camera il 6 Agosto.
Notizie di stampa indicano che questo progetto è stato ora bloccato: si riferisce che Salvini ha di fatto sconfessato il proprio capogruppo alla Camera, Molinari, cofirma-tario del progetto di legge, in quanto il testo presentato non è aderente all’obiettivo concordato nel cosiddetto contratto di Governo.
A questo punto mi sembra utile fare il punto della situazione.
Nel contratto di Governo, pubblicato da Lega e M5S nel Maggio di quest’anno, bisogna arrivare a pagina 48 delle 58 totali per trovare la parte relativa alle pensioni, sotto un titolo che recita “ Tagli del costo della politica, dei costi delle istituzioni e delle pensioni d’oro “. Il testo è il seguente:
“Riteniamo doveroso intervenire nelle sedi di competenza per tagliare i costi della politica e delle istituzioni, eliminando gli eccessi e i privilegi. Occorre ricondurre il sistema previdenziale (dei vitalizi o pensionistico) dei parlamentari, dei consiglieri regionali e di tutti i componenti e i dipendenti degli organi costituzionali al sistema previdenziale vigente per tutti i cittadini, anche per il passato. Occorre razionalizzare l’utilizzo delle auto blu e degli aerei di Stato, oltre che l’utilizzo dei servizi di scorta personale. Per una maggiore equità sociale riteniamo altresì necessario un intervento finalizzato al taglio delle cd. pensioni d’oro (superiori ai 5.000,00 euro netti mensili) non giustificate dai contributi versati.”
Titolo e testo ricalcano una campagna fatta sistematicamente in precedenza per associare gli odiati vitalizi e i costi peggio sopportati della politica, vedi le auto blu, alle pensioni qualificate come “d’oro” per creare così le condizioni idonee a far accettare il provvedimento all’opinione pubblica. Da notare ancora il termine “taglio” e la identificazione del limite con 5.000 euro netti mensili.
Dopo una serie di indiscrezioni e relativo balletto di cifre circa la traduzione in pratica di questo obiettivo, è stato finalmente presentato, come detto il 6 Agosto, il progetto di legge D’Uva-Molinari.
La parte più rilevante di questo progetto di legge è la lunga argomentazione introduttiva sugli elementi che dovrebbero giustificarne l’approvazione .
Si comincia con lo stabilire che le cosiddette pensioni d’oro sono quelle con un ammontare annuo lordo superiore agli 80.000 euro e che lo scopo della legge proposta è di ridurle.
Senza entrare in un esame troppo approfondito di un testo che ora appare superato, vale la pena di ricordare che le norme proposte non prevedono quindi più un ricalcolo su base contributiva ( che avrebbe potuto anche portare alla verifica di piena o addirittura ridondante copertura) ma che lo scopo dichiarato è di utilizzare un sistema di ricalcolo, sì, ma che porti unicamente alla loro riduzione, in base a tabelle e coefficienti vari finalizzati allo scopo.
Il provvedimento è per sua natura permanente e lo scopo dichiarato è quello di creare un Fondo “Risparmio” presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali per interventi a favore della popolazione che fa parte delle fasce reddituali più basse.
Sperando che questo provvedimento sia definitivamente tramontato, vale comunque la pena di ricordare gli elementi messi in campo, perché fanno parte di un armamenta-rio ideologico pronto per essere usato, in varie configurazioni, contro chi ha la sola colpa di essersi impegnato durante una intera vita lavorativa per migliorare le proprie condizioni nel pieno rispetto delle prescrizioni di legge vigenti.
Si è voluto introdurre quindi un provvedimento che penalizza un gruppo di cittadini contribuenti mediante l’applicazione retroattiva di una norma. Lo si è voluto giustificare citando uno stato di crisi, espressamente definito come non solo nazionale, come se fosse responsabilità da addossare a questo solo gruppo. Si sono indicati fini di solidarietà sociale, ignorando che a questo scopo deve provvedere lo Stato con la fiscalità generale. Infine si è arbitrariamente fissata una soglia di reddito oltre la quale si pretende di riscontrare, per definizione, solo iniquità, privilegio e inaccettabile diseguaglianza sociale.
Ora pare che qualcuno si sia reso conto che il provvedimento non è in linea con il c.d. contratto di Governo e ne stia prendendo le distanze: è forse anche possibile che alcune voci di protesta siano finalmente giunte nelle stanze del potere, o che ci si sia resi conto della concreta possibilità di successo di eventuali ricorsi.
Si tratta però di capire anche cosa potrà essere fatto in alternativa, visto che il proposito resta nel programma di governo.
Per ora ci sono solo voci di stampa, che sembrano dare maggior credito a quella che era stata diffusa in passato come la proposta della Lega, ossia una riedizione del con-tributo di solidarietà già sperimentato. E’ il caso che ricordare che questo tipo di prelievo sulle pensioni più alte è molto controverso , tanto che in un primo tempo anche la Corte Costituzionale lo aveva ritenuto illegittimo, salvo poi , in una ulteriore sentenza, rovesciare questo giudizio stipulando però che deve essere a carattere temporaneo, cosa difficile da sostenere ora, sia perché già applicato negli ultimi anni, sia per espressa dichiarazione dei nuovi proponenti che parlano di un tempo minimo di cinque anni. E comunque resta sempre la speciosità della giustificazione, ossia la destinazione a integrazione delle pensioni più basse, che sono tipicamente quelle corrispondenti a nessuna o a insufficiente contribuzione. A questo proposito vengono spontanee due riflessioni. La prima, già accennata, è che si tratta di forme di assistenza che nulla hanno a che fare con le pensioni e che devono quindi essere finanziate con fondi di altra provenienza. La seconda , che sarebbe comunque il caso di accompagnare queste misure, comunque finanziate, anche con una verifica delle effettive condizioni patrimoniali di coloro che, avendo dichiarato un reddito minimo, sono qualificati a beneficiare tanto della pensione minima quanto di queste integrazioni straordinarie.
Noi viviamo in un Paese dove , purtroppo, si dà più credito alla suggestione che all’informazione, alla ideologia piuttosto che ai fatti.
Credo che bisognerebbe che tutti, prima di giudicare e attribuire qualifiche suggestive a giustificazione di atti in realtà ingiusti, si confrontassero con i numeri che rappresentano una realtà oggettiva. Per esempio con i dati contenuti nei rapporti che annualmente l’osservatorio del prof. Brambilla fa al Parlamento ( e mai contestati!) e che indicano che il saldo netto del bilancio pensionistico vero e proprio è attivo. Che a fronte di un numero totale di 16.179.377 pensionati nel 2015 le pensioni erogate sono state 23.095.567 . Che quindi ci sono persone che percepiscono più di una pensione. Infatti dallo stesso rapporto risulta che i pensionati con pensioni fino a due volte il minimo , ossia entro i 1.003 euro lordi al mese, sono 6.941.894 ma che le pensioni di questo importo erogate nello stesso periodo sono state 15.589.301.
C’è il tema della evasione fiscale, le cui stime spaziano liberamente dai 120 fino ai 250 miliardi annui e oltre: e viene la curiosità di sovrapporre questa fotografia con quella della incapienza per vedere se magari ci fossero delle aree comuni…. E infine c’è il grande tema della mala gestione, degli sprechi e delle malversazioni ai danni del bilancio dello Stato: chi di noi ha oggi la responsabilità della gestione del bilancio familiare ma probabilmente nel passato ha avuto quella di bilanci ben più importanti, fatica a credere che anni di cosiddette “spending review” abbiano prodotto poco più che briciole. E poi i falsi invalidi, e poi le case fantasma etc.etc.
A fronte di tutto questo, e in costanza di una crisi economica dichiarata ultranazionale, la ricetta principe è mettere sempre e comunque le mani nelle tasche dei pensionati!
Credo che abbiamo davanti a noi un po’ di tempo per capire quale orientamento possa emergere nell’immediato futuro dal confronto tra i due partiti di Governo su questo argomento. In questa prospettiva, c’è però il rischio concreto che si sviluppi una gara tra di loro per stabilire chi sia capace di mettere in campo il sistema atto a spremere maggiormente i pensionati presi di mira.
Noi dobbiamo continuare a contestare il metodo e, soprattutto, l’obiettivo di fare cassa a spese di una parte dei pensionati confidando nel fatto che sono numericamente pochi, per definizione abbienti e che di fronte a un prelievo, se non troppo esoso, possano accettarlo sia pure di malavoglia : contribuenti che comunque non sono tradizionalmente sorretti né da bellicose rappresentanze sindacali né dal favore dell’opinione pubblica, mentre dovrebbero essere invece difesi e tutelati per il contributo che hanno dato negli anni alla formazione della ricchezza del Paese, con la propria attività e con le cospicue imposte e contributi che hanno versato, e continuano a versare, anche da pensionati, nelle casse dello Stato.
In conclusione credo che non solo dobbiamo continuare a difendere senza cedimenti il nostro buon diritto, ma con esso i principi di uno Stato, definito non a caso di diritto, che garantisca tutti i cittadini nelle loro aspettative. Chi oggi guarda con distacco a questa questione convinto che riguardi “altri” sbaglia di grosso perché, una volta accettato il principio che il Governo possa compiere liberamente un atto di arbitrio a danno di una categoria, si aprirebbe la via per futuri atti arbitrari anche nei confronti di un pubblico più vasto.